Quella volta in cui avevo deciso di fare la pasticcera....

Da quando ho aperto questo blog (ma in realtà anche da prima) in molti mi hanno consigliato di diventare cuoca a domicilio, mettere su un catering, fare un corso professionale di cucina, o  aprire una pasticceria (ma credo che questi ultimi fossero sotto l'effetto ipnotico che procura il mio tortino al cioccolato).
Come dargli torto? Daltronte ogni media è invaso e pervaso dalla cucina; in tv non si contano le trasmissioni in merito e anche il web è ormai uno sterminato ricettario multimediale. Tutta questa "notorietà" fà sembrare la cucina un qualcosa di semplice, perchè la percezione è che, se è vero che tutti cucinano,  che trovi manciate di cuochi ad ogni cambio di canale, allora non sarà poi così difficile!  

Il problema è che nessuno si rende realmente conto della fatica che c'è dietro questi mestieri. E parlo di fatica vera, di ore ed ore in piedi a muoversi nei pochi metri che compongono le cucine, di sudore buttato sui fornelli o in zone limitrofe, di ansia e stress ai massimi livelli, di corse mentali e reali, di feste comandate che non sono mai le tue, di ferie quando gli altri lavorano e di lavoro quando gli altri sono in ferie.
No grazie. Io non ce la posso fare.
Mi piace cucinare ma non così tanto.
Quando una passione diviene una ragione di vita, quando te la senti nelle vene e se non ce l'hai ti manca quasi fosse una droga, quando e intervallata da studio, ricerca, analisi, esperimenti, quando ogni traguardo raggiunto è per te solo il punto di partenza verso una nuova meta allora si, si che puoi fare tutto quel che ho scritto sopra, ma se la passione rimane uno sfogo allo stress quotidiano, un momento di letizia a fine giornata, un aggregatore di amici, non è giusto forzarla e trasformarla in qualcosa di più.
Una famosa food blogger mi ha aiutata a capire tutto ciò. E a distanza di mesi la ringrazio senza svelarne il nome. Aveva ragione lei, con la sua attenta e lucida analisi, quasi un business plan improvvisato. impossibile darle torto o contestare le sue tesi. Infatti ho seguito il suo consiglio e continuo a cucinare per divertire, prima di tutto me, poi i miei commensali, e infine chi legge i miei post.
Eppure per una buona settimana ho rischiato di diventare una pasticcera, e di fallire, aggiungo ora.

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2 commenti:

  1. Infatti! Mai confondere un passatempo con un lavoro vero e proprio...
    Tutto vero, confermo. Un universo culinario che oramai è naufragato nei lidi confusi della polisemia. È così è diventato un fenomeno privo di significato. Meglio: sfugge dai concetti chiave e importanti che tu giustamente elenchi. Per cucinare serve la professionalità e la consapevolezza che è un mestiere zeppo di sacrifici:D

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  2. Sono d'accordo con te Nai. Un conto è la passione e il passatempo, un conto il lavoro. E' come dire che non c'è bisogno di traduttori e interpreti perchè tanto c'è google...non c'è paragone. Occorrono studio, conoscenza delle materie e sacrificio.

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